I falsi miti dell’espansione delle aziende italiane all’estero

I falsi miti dell’espansione delle aziende italiane all’estero

Quando si parla di aziende italiane che decidono di espandere la propria attività ampliandola aprendo nuovi sedi in paesi esteri, numerosi sono i luoghi comuni e i falsi miti che si creando intorno a questo nuovo sviluppo, che bisogna sfatare.

Un mercato in continua espansione

Ad incrementare le voci circa la “fuga” di aziende italiane all’estero, ha contribuito indubbiamente la crisi economica che ha colpito il Bel Paese: se da un lato è pur vero piccole e medie imprese hanno subito un non piccolo contraccolpo, dall’altro la crescita, in Italia, a livello economico-aziendale non è a zero come sembrerebbe.

Internazionalizzare la propria azienda porta dei vantaggi non solo economici, ma anche a livello di crescita aziendale e soprattutto di notorietà del proprio brand.

Contemporaneamente, però, si incontreranno non pochi ostacoli dovuti alle diverse strategie economiche e strutturali che bisogna attuare nei paesi esteri, in cui si è scelto di puntare.

Intervistando più di 800 aziende nostrane, di medie e grandi dimensioni, si evince che non sempre l’erba del vicino è più verde della propria.

I dati parlano chiaro ed evidenziano che ben il 40% delle medie e grandi aziende italiane hanno fatto almeno un’acquisizione, l’81% di queste acquisizioni è avvenuta verso l’estero, mentre solo il 13% delle grandi imprese italiane è stato acquisito all’estero.

Investire in paesi esteri, soprattutto investire in austria conviene in quanto si tratta di una realtà che può vantare una solida e fiorente economia, senza dimenticare che si tratta di uno di quei mercati che occupa una posizione strategia e quindi ideale per poter interagire anche con altre realtà estere.

Non bisogna dimenticare inoltre, che tutto l’iter burocratico, insieme ad una tassazione agevolata, contribuiscono a creare terreno fertile nel quale numerose aziende decidono di mettere radici.

Del resto, nel nostro paese non è facile innovarsi, il che comporta un grave danno economico dal momento che “innovazione” è sinonimo di introiti e redditività a livello produttivo.

I settori maggiormente interessati dall’internazionalizzazione

Spesso leggiamo che nel nostro paese esportiamo solo manifattura. I dati, invece, sono incontrovertibili e spiegano come non sia solo quel settore ad esportare; anche nel terziario e nei servizi c’è un ottimo 65% di esportazione.

Il discorso relativo al taglio dei costi è un altro mito da sfatare.

È ovvio pensare che il primo obiettivo sia quello di risparmiare per aumentare i ricavi. La maggior parte delle aziende che decidono di ampliare la propria attività all’estero, lo fanno in quanto spinte dalla ricerca di nuove ed innovative opportunità di mercato, a livello internazionale.

Qualificare nel miglior modo possibile il territorio a livello locale è il primo obiettivo da raggiungere per un’azienda in cerca di espansione a livello internazionale.

Non solo, in Italia esiste la burocrazia e i relativi problemi fiscali. Secondo una ricerca il 61% delle più importanti aziende italiane  che esportano, hanno dichiarato che le norme fiscali vigenti sono il vero problema.

Il 47% ha serie difficoltà nel trovare un personale qualificato ed adeguato alle loro esigenze professionali.

Le nostre aziende hanno un ottimo riscontro all’estero, sia grazie al fattore qualità legato al marchio “made in Italy”, sia all’ottima manifattura dei prodotti tessili e della moda.

Anche il settore alimentare riscuote un discreto successo: è il marchio ad avere un valore aggiunto in termini di vendite, andando ad incidere del 90% sulle vendite al consumatore finale, come garanzia di qualità.

 

 

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